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l'estro armonico

GIORNI E L’ESTRO ARMONICO DELLA SCULTURA

 A tu per tu con le statue e i bassorilievi di Gianfranco Giorni siamo colpiti innanzi tutto dalla ricorrenza tematica. Quello musicale si rivela il tema di maggior frequenza e viene modulato nelle sembianze di suonatrici di flauto, di liuto o di violoncello, in figure singole o in gruppo. Esso risponde ad una duplice funzione: da un lato è un collaudato elemento iconografico che con la sua serena immobilità, o tutt’al più con la calcolata eleganza delle posture e dei gesti, tende a porsi fuori del tempo e ad evocare il rigore assoluto della forma; dall’altro, e in maniera concomitante, è costante allusione all’insistita ricerca che sottende statue e bozzetti, come se in una azzardata sinestesia, la forma “suonasse” la più dolce delle armonie. Per cui nelle prove migliori, l’appassionato di retorica potrebbe dire che il tema musicale diventa  metafora della forma.

Non che, con questo, lo si debba considerare un tema o un atteggiamento monocorde, perché, pur nella costante ricerca, altri e diversi sono i motivi che catturano l’interesse in queste estatiche soliste della forma. Essi possono scaturire dalla realtà quotidiana, dallo sguardo che coglie in una posizione singolare o in un atteggiamento inconsueto l’articolarsi sorprendente delle forme. Allora, come appare evidente nelle statue e nei bozzetti di animali, la sottile notazione naturalistica risalta nell’astrazione dell’insieme. Nel cane accucciato e abbandonato al sonno, il dettaglio naturalistico conferisce un residuo di animalità a quella che sembra un’astratta ricerca di linee, di segmenti e di ellissi. In altri casi, vivaci motivi d’interesse vengono colti nell’atto occasionale o nel gesto che esalta il culto anche estetico della persona, e con esso delle norme della convivenza civile. In un caso e nell’altro l’occhio resta avvinto alla realtà, sia privata che pubblica, nella misura in cui la realtà estranea se stessa nell’atto di esibirsi.

Accanto alle scene di vita domestica o di sognante idealità, di cui sono esempio elegantissimo le due versioni, in bronzo e in legno laccato, della Suonatrice di flauto, si pongono le interpretazioni di  temi drammatici come le varie versione del Prigione, o le rivisitazioni di miti, di riti o di eventi sacrali particolarmente consoni a questo lembo di Toscana bagnata dal Tevere, come avviene nel pannello bronzeo della Resurrezione e nella variante in terracotta policroma. O come succede nella straordinaria lunetta in ceramica polimaterica raffigurante S. Caterina evocatrice di pace, oggi sopra il portale laterale di S. Domenico a Siena, per non dire poi della recente Minerva che si può ammirare in una piazza di Arezzo. L’elemento che tiene uniti temi e momenti così diversi e che riassume in un unico, inconfondibile linguaggio aspetti così discordanti è uno straordinario senso dell’elaborazione della forma, quello che in musica si chiama l’estro armonico.

Dobbiamo cercare di spiegare una formula che, per sua natura, non può che essere un enunciato di sintesi. Giorni opera da tempo un singolare recupero della tradizione classica intonandola ad esperienze moderniste a lui congeniali. Il suo linguaggio figurativo predilige un’elaborazione plastica che si esprime in vaste campiture di colore, in superfici tese, in specchiature cromatiche quasi puristiche. Alla grazia severa delle sue figure e delle composizioni figurali contribuisce il rigore di una trattazione plastica che, nella concentrazione formale, ha fatto propria una tradizione dalle lontane radici quattrocentesche, comprese le varie stagioni di recuperi e di riletture. E’ appunto questo rigore formale che volge la grazia e la composta piacevolezza di molte figure, o rappresentazioni di genere, nell’impassibilità e nel distacco con cui vengono trattate scene ed eventi drammatici. Per cui non ci stanchiamo di ripetere che il sentimento dominante nelle sculture di Giorni è quello della ricerca formale. E’ infatti nel nitore quasi neoclassico con cui vengono trattate le superfici che s’innesta il gesto modernista del taglio perentorio e protratto, della resezione improvvisa, dell’emergenza di un’impeccabile angolatura. Allusioni e ammiccamenti cubistici ed altri echi novecenteschi si fondono quindi con la tradizione classica, in una personale sintesi postmoderna, per conferirle un’inedita vitalità e in pari tempo per recidere sul nascere la lusinga di una troppo immediata gradevolezza.

Nella sintesi di questo linguaggio di distaccata eppure estrosa armonia è insita la sua stessa versatilità funzionale. Le sculture e i pannelli policromi si propongono non solo come una scoperta di straordinaria suggestione, ma anche come ipotesi ornamentale di altissimo livello, tanto sul piano del godimento privato, quanto dell’arredo pubblico. Questa versatilità nasce non solo dal piacere estetico, bensì dalla multiforme lezione che sanno impartire le sue statue, sia che vengano immaginate in un giardino, in una piazza, in un atrio di pubblica frequentazione, o che siano riservate all’uso interno e alla fruizione privata. In entrambe le occasioni si potrà percepire il sottile messaggio della forma, che vuol dire piacere dello sguardo, piacere del tatto, piacere dell’intelletto, termini nei quali si riassume il linguaggio della figurazione. Una variante del Prigione collocato in un parco della rimembranza di Sansepolcro, o una bella lunetta in ceramica policroma in una cappella cemeteriale torinese portano in quei luoghi di mestizia il senso dell’armonia e del rigore compositivo, le uniche armi con cui possiamo opporre alla morte il soffio dell’intelligenza creatrice.

Una riprova del linguaggio e della sommessa ma rigorosa lezione di Giorni è costituita dalla varietà delle sue sculture, sia sotto il profilo della materia che della dimensione, senza contare che l’impiego di materiali diversi comporta l’adozione di linguaggi eterogenei e di tecnologie specifiche. Ogni pezzo scultoreo è una fonte diversa di piacere, un piacere correlato alla varietà della materia, alle sue proprietà, alle sue patine: dal bronzo di piccole e di grandi dimensioni con i verdi quasi di scavo che sembrano alludere ad un tempo senza tempo, alla terracotta leggera come il biscotto e dal suono schietto di campana, alla pasta nera come il carbone del bucchero, alle venature suggestive del legno, alle laccature diafane e alle dorature che riconducono alla lettera la metafora dei capelli d’oro. La ricerca della sobrietà e dell’elegante, armonica astrazione perseguita da Giorni nel più umano dei contesti opera con la stessa intensità in grandi ed in piccole dimensioni, rivelando la padronanza di un linguaggio che resta immutabile nell’enfasi e nella miniaturizzazione, nell’invenzione e nella citazione ironica.

 

                                                                Attilio Brilli

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